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Tesi di laurea su Lost

Mercoledì 19 Dicembre 2007

 

Tesi di laurea:
Lost, analisi di una versione audiovisiva del romanzo d’appendice

di Nicola Voltolin

Molto si è scritto è ancor di più si è detto su Lost, la serie televisiva ideata da J.J. Abrams e Damon Lindelof che ha saputo erigersi a vero fenomeno di cultura pop-olare del nuovo millennio riuscendo ad invadere l’immaginario collettivo portandolo ad immergersi totalmente nella narrazione della (ricostruzione di una) vita di un gruppo di sopravvissuti dopo un catastrofico disastro aereo.

Una serie che, pur affondando fortemente le proprie radici all’interno di un sistema dai meccanismi e dagli automatismi fortemente e storicamente consolidati come quello della serialità televisiva statunitense, ne ha saputo in qualche modo stravolgere la produzione e la sintassi. Un prodotto dunque spesso riconosciuto come rivoluzionario, capace di apportare elementi di innovazione ad una forma di narrazione, quella del racconto episodico, che vanta celebri progenitori all’interno dell’industria culturale, dalle comic strips del yellow journalism statunitense ai radiodramma partendo prima di tutto dal fueilleton ottocentesco.

Un prodotto rivoluzionario prima di tutto per il talento e l’abilità dei propri narratori, gli autori della serie, capaci di rendere una forma di racconto così fortemente serializzata alla portata di un pubblico di vasta scala invertendo quella tendenza che voleva (e spesso vuole) la serialità televisiva paradossalmente caratterizzata da una privazione di continuità interepisodica, spesso connotata esclusivamente dalla riproposizione ciclica degli stessi personaggi e delle stesse situazioni.

Lost appare una serie rivoluzionaria anche e forse prima di tutto, per la costruzione, anch’essa di origine autorale, dei personaggi. Personaggi sapientemente caratterizzati, etnicamente, culturalmente e caratterialmente variegati e, soprattutto, umani, terribilmente umani, propri di una apparentemente indistruttibile attrazione per il fallimento e per il peccato (capitale?).

Una serie capace poi nel difficile compito di superare quello che può costituire il primo grande problema di un racconto serializzato ovvero quello di quei confini narrativi che tendono ad erigersi attorno allo stesso. Per confini si intendono, all’interno di Lost ma allo stesso tempo di tutta la serialità televisiva, quegli elementi diegetici ed extradiegetici al racconto che generano chiusura e staticità allo sviluppo di una narrazione. Per confini si intendono ad esempio l’ambientazione, i personaggi oppure le stesse tematiche del racconto. Una delle chiavi per la buona riuscita di un prodotto seriale è da attribuire alla capacità dei propri sceneggiatori di riuscire in un abbattimento di quei confini. Lost ha saputo abbattere con successo confini narrativi apparentemente inamovibili (basti pensare alla sola staticità ed austerità dell’Isola) e c’è riuscita in tre diversi modi: attraverso l’adozione e la reinvenzione della tecnica del flashback, per mezzo di un utilizzo strumentale del mistero e sfruttando quelli che sono i nuovi media, non semplicemente con un fine di promozione pubblicitaria, ma anche e soprattutto con finalità narrative.

Lost contraddistingue la propria narrazione all’insegna della conflittualità tra elementi apparentemente opposti. Personaggio contro personaggio, personaggio contro l’isola, bianco contro il nero, scienza contro fede, fato contro destino, buono contro un, forse, cattivo. Questa assidua presenza di scontri (ed incontri) all’interno della narrazione di Lost riesce a riverberarsi anche sulla stessa natura della serie, per alcuni fenomeno di natura prettamente pop, per altri vero e proprio manifesto dell’indipendenza semantica e creativa raggiunta dal linguaggio seriale televisivo.

E la più volte citata rivoluzionarietà di Lost ha una sua controparte? Esiste un opposto a tale sua riconosciuta caratteristica? Forse si. Forse Lost può essere considerata un involuzione, una sorta di ritorno al passato, che rende la serie più simile ad un romanzo  di Dickens piuttosto che ad una C.S.I.
Può essere considerata tale prima di tutto per la propria serializzazione interepisodica di lunga durata che porta una vastità di archi narrativi diversi a protrarsi per tutta la durata del racconto nella stessa maniera in cui Oliver Twist sapeva conquistare migliaia di lettori inglesi attraverso la propria pubblicazione sui quotidiani ed in contrasto con quello che accade nell’accezione televisiva del racconto episodico dove l’autoconclusività, totale o parziale, degli intrecci si manifesta in maniera pressochè totale.

Lost come il fueilleton anche per l’abilità della serie di sapersi erigere a specchio della società contemporanea nello stesso modo in cui i maestri del romanzo d’appendice riuscirono nello stesso tentativo a partire dalla metà dell’Ottocento. La messa in scena di un gruppo di individui, multi etnico e fedele a credi religiosi diversi, costretto alla ricostruzione della socialità  dopo un evento imprevedibile e disastroso sembra offrire una rappresentazione telefilmica di una realtà a noi, e soprattutto alla società statunitense, vicina come quella del posto 9/11.

Lost ha saputo in qualche modo sconvolgere anche i canali di fruizione del racconto seriale ed il suo utilizzo multimedialmente convergente dei mezzi di comunicazione sembra non trovare punti di contatto diretti con la letteratura episodica ma un attenta analisi può far in qualche modo incontrare le due forme di narrazione. I racconti di Dickens venivano ciclicamente proposti ai propri lettori in forma episodica tra le pagine dei quotidiani per poi venire offerti integralmente attraverso la pubblicazione degli stessi come romanzo. Lost, come tutta serialità televisiva d’oggi giorno, ripropone lo stesso schema, prima attraverso la trasmissione in tv poi attraverso l’uscita su DVD che permette un esperienza spettatoriale assolutamente simile a quella della lettura di un romanzo.

Altro grande punto di contatto tra i due racconti sta nella stretta interdipendenza capace di instaurarsi nel rapporto tra autore e spettatore/lettore. Come Dickens utilizzava la corrispondenza epistolare con i propri lettori per testare le aspettative e le reazioni dei propri lettori, Lost, attraverso i nuovi media, riesce ad interfacciarsi allo stesso modo con i propri fans.

Alla luce di questa brevissima introduzione: possiamo considerare Lost una versione audiovisiva del romanzo d’appendice? Nell’ultimo anno ho cercato di rispondere a questa domanda attraverso la stesura della mia tesi di laurea, intitolata per l’appunto “Lost, analisi di una versione audiovisiva del romanzo d’appendice” e discussa nel dicembre del 2007 presso l’Università degli Studi di Padova per il corso di laurea quinquennale di Scienze della Comunicazione.

In sostegno della versione cartacea della mia tesi ho lavorato ad una sorta di documentario che permettesse di funzionare da canale introduttivo ai temi del mio lavoro attraverso le testimonianze di personalità aventi in qualche modo “voce in capitolo” per quella che potesse essere una corretta analisi di Lost.
Per questo ho avuto l’occasione di realizzare interviste a:
 
Jack Bender
- Regista ed Exec Producer di Lost
Carlo Dellonte e Giorgio Glaviano - Autori di Lost e i suoi segreti
Paola Acquaviva - Programming manager di Fox Channels Italy
Giusto Toni - Direttore di Jimmy
Bruno Voglino - Autore TV
 
Questo il video  (reperibile anche all'indirizzo http://it.youtube.com/watch?v=rqvoCa0hVto)


 
Questa versione del documentario è stata concepito per la mia discussione di laurea quindi quella che potete vedere è una versione temporalmente contenuta ed il più compressa possibile a livello di contenuti ma conto con un di riuscire a lavorare ad una versione più completa che possa integrare tutto il materiale raccolto nell'ultimo anno.

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